Le #parole che non vi ho detto

Credo nella forza delle parole.Le parole hanno cambiato il mondo. Sono la forma del pensiero.Il corpo con cui l’idea muove, crea, regala la vita e la toglie.Le parole sono carne e sangue; fuoco che divampa e brucia; ghiaccio che ustiona;acqua che travolge. Le parole sono la rivoluzione dimenticata. Quella che leggevamo su carta e che altri hanno fatto per noi prima di noi. La stessa per cui altrove oggi la verità ancora muore di censura e anche della nostra indifferenza. Rivoluzione,cambiamento,  parole stuprate a sangue urlate in spot asettici come stanze di ospedale. Inchiodate all’autocelebrazione di un io protagonista e sempre presente .Credete davvero che il cambiamento sia possibile in 140 caratteri buttati li per esserci? Siete certi non ci si debba sporcare le mani e pagare un prezzo perchè avvenga? O semplicemente pensate che la differenza tra voi, la faccia il numero di followers o quanti pochi ne seguite? Abbiamo tra le mani un mezzo potentissimo ma di  democratico ha solo il click. Per il resto siamo carne da macello già morta. Ebeti e beati ci culliamo nel trend del momento, ad uso e consumo di chi, di noi, fa banalissima statistica ed improbabili sondaggi politici. Ma siamo qui per divertirci giusto? E allora sia.Sesso  divertentismo e trullallero trullallà.Click.Padroni del mondo. Ma… ricordamoci di spegnere il cervello, altrimenti la magia di sentirci” liberi e puliti” allo stesso tempo svanisce e ci si ritrova noi quelli spenti dentro.

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Perle e porci.

vignetta makkox

In una vignetta la Storia di un giovane migrante di 14 anni e della sua pagella cucita nella tasca. Un “racconto” color pastello, delicato; una piovra lilla, uno squalo sorridente e due pesciolini gialli in un fondale accogliente. E poi c’è tutto quello che sta dietro: una donna. #CristinaCattaneo, anatomopatologa forense abituata all’odore della morte e a raccontarla con un’anima di acciaio ma non per questo disumana. A corpi sconosciuti lei dà un nome. Anche a quelli dalle carni sfatte come sapone e mangiate dai pesci. Perché lì sotto, in fondo al mare, niente è color pastello; é tutto solo buio e abisso. Non respiri. Annaspi scomposto mentre vai giù. Chissà quel ragazzino cosa pensava, mentre gli scivolava via il sole caldo e i polmoni pieni di acqua gli esplodevano dentro. Inevitabile associare il freddo dell’acqua al calore di una madre; la sua, che quella pagella gliel’ha cucita stretta nella tasca quasi fosse un lasciapassare per la vita. E mi viene in mente l’immagine di Aylan, il bimbo siriano in quello scatto che ha tramortito il mondo. Un mucchietto di stracci e carne, vomitato fuori dal mare come fosse il niente. Ricordo l’indignazione vestita a festa per tanto orrore. Aylan era diventato il figlio di tutti; ma la verità è che Aylan e gli altri bambini inghiottiti dal mare, sono figli di nessuno. Ormai, abbiamo imparato a coprire gli orrori con i colori tenui dell’ipocrisia malata; con i “Sì però”; con la satira; con la politica incancrenita. Facciamocene una ragione; e che sia la più crudele: abbiamo smesso di essere umani. Lo abbiamo fatto in nome di una selezione che decidiamo noi con la nostra morale a forma di divano. Con un’etica temporizzata come una siringa. E quando l'”oscenità” del corpo di un bambino o la storia di un ragazzino con una pagella cucita in tasca diventano “troppo”, ce la raccontiamo così : con una vignetta. Bella certo. Commovente. Ma che poco spiega quante sono le “perle” date in pasto ai porci. Quello può farlo solo chi si sporca le mani con i cadaveri; con le ossa sbiancate, con i denti, con le viscere imputridite e le cavità orbitali svuotate, con quegli “amabili resti” che di amabile hanno ben poco da mostrare a noi, cosi’ sensibili nelle nostre cornicette di vite perfettissime. Abbiamo bisogno di non pensarci a queste cose. E se proprio dobbiamo che sia breve e indolore, perchè la realtà è un luogo terribile e non è più fatta per noi. #naufraghisenzavolto

Fantasie – il gioco delle Tigri di carta.

Le cose semplici sono le migliori. Tra queste ci sono le parole. Non possiamo stare senza, noi che andiamo in apnea. Abbiamo bisogno di ossigeno per andare più giù. La superficie, ci serve a solo a quello. Siamo esseri con una sensibilità diversa noi visionari.  Percepire E’la nostra natura. I mulini a vento i nostri avversari. Siamo quelli delle cause perse, ma le perdiamo a mani nude e con il sangue agli occhi. A volte capita che le vinciamo anche; ma solo quando siamo già da un’altra parte. A Noi non interessano i trofei. A noi interessano le cicatrici di guerra; perché  vale sempre la pena di rischiare. Sappiamo bene come ci girano tra le mani i razionali. Lo sappiamo da subito; da quando scegliamo di scandagliarne il fondo. Siamo i loro gingilli curiosi e strani. La novità. Noi li osserviamo. Camminiamo al loro fianco con leggerezza. Li ascoltiamo. Perdoniamo la loro frettolosa attenzione. E come potremmo non farlo? Si abituano alla nostra presenza sino a dimenticarsene. Non soffrono mancanze e hanno una innata svogliatezza all’entusiasmo spontaneo. Li inibisce. Del fuoco seguono  il fumo da lontano, mai il calore. Lo amano, ma non lo conoscono e temono le bruciature. Sono fatti per ricalcolare il percorso ogni volta. Scivolano veloci in superficie. Pensano in millimetri.  Niente sprechi senza vantaggi. Sono ricercati, ingegnosi,  brillanti. Solo noi, però, di quella luce abbagliante riusciamo a vedere l’obliquo. L’ incongruenza bestiale  dalle loro profondità  la riconosciamo subito. Simili a noi per natura e irrimediabilmente contrari ad accettarlo, si piegano con lucida coerenza alle loro regole. Non importa quali; purché poi si possano auto assolvere dalle loro più intime colpe. Così da potersene assumere altre in un gioco  che li rigenera. Non ne possono fare a meno. L’istinto è quello. Lo chiamano inclinazione, perché così é più accettabile. E quando glielo fai notare, ti scartavetrano il muso. Se invece ti  ribelli all’ingiustizia del loro affossarti senza spiegazioni, poi te le danno: poche parole, scarne e di una gentilezza inappellabile. E’ semplice; non possiamo esistere cosi, all’improvviso. Noi siamo una loro creazione. E lo fanno con tempismo sorprendente, da bravi contrabbandieri di sogni, mentre svendono i nostri al mercato nero delle loro incredibili esperienze. Ci raccontano come animali mitologici, frutto della loro fantasia. Noi glielo lasciamo credere. In fondo siamo bestie comprensive noi visionari. La nostra pazienza non è stupidità. Non è tolleranza. Non è sottomissione. Puoi metterci il collare ma mai il guinzaglio. Dopo l’apnea in risalita ci aspettiamo solo la verità. Una volta avuta, Non ci importa che sia sotto mentite spoglie.  La accettiamo per quel che è e ringraziamo per la Lectio Magistralis. Non proveremo mai vergogna di quel che siamo; semmai dovesse accadere lo sarà solo per quel che altri hanno cercato di fare di noi, spremendo la nostra fiducia fino all’ultima goccia. E’ che dobbiamo sentircelo dire, in modo che qualcosa a loro resti . Fantasia o no questo è il gioco delle tigri di carta. Vicino al fuoco restano solo quelle vere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A conti fatti.

È un fiume torbido e in piena che ci sta travolgendo. Abbiamo sdoganato tutto. Eppure continuiamo in corsa verso il niente. Ognuno con il suo numero sulla pettorina. Urlatori senza corde vocali. Impegnati in rivoluzioni immaginarie. Casalinghe a 50sfumature di grigio. Maschi dominatori da coro della chiesa. Filosofi da tappezzeria ammuffita. Esperti di buone maniere con la cazzottiera pronta. Trasgressivi infrasettimanali. Schiavi da weekend. Belli. Brutti. Ricchi. Poveri. Bugiardi. Onesti. Narcisisti. Timidi. Eversivi. Reazionari. Pervertiti. Santi. Dannati. Fascisti. Comunisti. Stronzi. Buoni. Cattivi. Siamo tutti Protagonisti assoluti, nel fango mischiato all’oro che ci vomitiamo addosso. Un culo rifatto in bella vista, un “me la dai” in DM, un tricolore, un appello alla resistenza, non ha più importanza. Non c’è alcuna differenza. È un inarrestabile arrancare nella bolgia. È Fame chimica e noi qui nel recinto, siamo bravi cannibali che si divorano da fermi. Deliranti e felici delle nostre certezze in HD siamo solo il volto illuminato dal display, L’emoticon al quale sorridiamo inebetiti, il vaffanculo lanciato come un anatema. È la realtà che fa un rumore fastidioso. Ed é colpa della sua imperfezione se quando la tocchiamo con mano, non sentire la superficie liscia dello smartphone, ci contrae come fossimo corpi senza sangue. È un calcio in faccia che apre gli occhi e ci inchioda alla croce delle nostre responsabilità. Il mute con lei non funziona. Non c’è via di fuga. E a conti fatti, l’irreversibile è piombo in bocca. Toglie le parole. Del resto, chi le usa più se non per mentire a se stesso o dire meglio degli altri il peggio?

#Elezioni e altre storie.

Ci siamo. Il silenzio ci avvolge in un weekend piovoso e grigio. Dopo questa guerra sovra dosata che ci hanno sparato in vena, finalmente la tregua. Il coma. Il nirvana. Le visioni. Lucy in the sky with Diamond. LSD.

È la nostra Woodstock rossa; la chitarra di Hendrix frantumata e incendiata sul palco. “Il pagherete caro pagherete tutto” con tutti gli interessi degli anni 70. Quello che pacati giornalisti di oggi, come #PaoloMieli, #GadLerner macinavano nei salotti della lotta di classe intellettuale, mentre altri nelle piazze usavano spranghe e P38.

È la nostra Woodstock nera; quella dei “Canti assassini” di Massimo Morsello il “De Gregori nero” di ragazzini con Ray-Ban e stivaletto  pronti a menar le mani se indossavi   Eskimo e un paio di Clarks. Quella che personaggi pubblici di oggi, come #RobertoFiore e #GabrieleAdinolfi foraggiavano di princìpi duri e puri  mentre fuori si facevano stragi.

Sì ci siamo. È calato il silenzio dappertutto. E il tempo del raccoglimento interiore. O si fa l’Italia o si muore. Si muore di noia; di questi anni senza rumore; di  Grande Bellezza  e di piazze mute; di coscienze a posto e di  mani ripulite; di lotte sociali sul divano di casa; di impegno politico in un click; di buoni e cattivi; di fascisti e antifascisti; di Bella Ciao cantata a cazzo; di cazzi puri e giuramenti sul vangelo; di comici pentiti; di ribollite toscane rivisitate; di vecchie puttane che la sanno lunga; di sepolcri imbiancati e pezze a colori; di morti in mare, di morti di periferia e riti vodoo ; di belle bandiere e  schiuma alla bocca.

Sì. Ci siamo. Lunedì ci sveglieremo in un paese diverso: avremo vinto i  #fascismi con l’abito della prima comunione oppure abbattuto gli #antifascismi in giacca e cravatta. Dentro alle crepe degli anni di piombo nasceranno fiori placcati in oro. Sarà la rivoluzione di tutti e noi potremo continuare a parlare di gatti, cani, scarpe, calcio ,cazzi, culi. Saremo delle persone migliori. Torneremo a salvare il mondo da fame, guerre, invasioni. Manderemo cartoline da Parigi, Londra, New York. Ameremo i nostri mariti e le  nostre mogli il weekend; i nostri amanti il lunedì e il mercoledì.  Giocheremo all’invia a tutti per vedere chi risponde per primo su FB IG e Twitter. Scriveremo dei nostri figli chiamandoli cinquenni e quattrenni.  Metteremo un emoticon triste sotto ad ogni disgrazia; uno allegro sotto ogni cosa bella e andremo a letto felici e contenti.

In fondo che importa dove siamo stati per tutto questo tempo? Abbiamo schivato la guerra civile, purghe e pericolosissimi agguati di piazza, i sovversivi rossi  neri, indaco,   colpi di stato, la terza guerra mondiale insomma. Ora siamo salvi. Da cosa non lo abbiamo capito. Ma cosi’ ci hanno spiegato e noi, ancora una volta, la lezione l’abbiamo imparata.

Anni_di_piombo_inverso

 

Il mondo è di chi nasce per conquistarlo

Testi pensanti

Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
e non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.
Ho sognato di più di quanto Napoleone abbia realizzato.
Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo.
Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.
Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda,
anche se non ci abito;
sarò sempre quello che non è nato per questo;
sarò sempre soltanto quello che possedeva delle qualità;
sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta,
e ha cantato la canzone dell’Infinito in un pollaio,
e sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso.

(Fernando Pessoa)

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“Puoi non assaggiare…” #parole

 

Tra il male minore e quello peggiore, scelgo quello che non conosco. Si disse. Guardava il mare da dentro. Non le importava di darsi una ragione in quell’oggi morbido di neve .

Era un giorno uguale agli altri . Di quelli che cammini sul mondo, respiri a pieni polmoni, e non cogli fiori di plastica. Vuoi quelli “urlanti“. Danzi sui tuoi passi .

“.Strategie” N. 1

Cielo di latte. “Bianco calore sfondami il cuore…” E ad ogni nota impastava Blu cobalto e terra rossa.

Pensieri diluiti. Acqua. Il rumore dell’acqua. Tenace. La pensierosa indifferenza di tutto quel mondo fuori da li . Dentro al recinto.

La sottile linea bianca” N. 2

Aria. “E adesso non c’è niente al mondo…” Parlami. Parla. Mi. E’ la Terza nota. Nota bene. Nota bene quanti giri su stesso fa il mondo mentre si scivola su un sorriso che esplode per niente.

Per un cane nero che ti annusa scodinzola, ti saltella intorno. Corre via e si fagocita di felicità. Se avesse avuto il dono della parola lei non lo avrebbe capito. Non si sarebbero nemmeno incrociati.

“La prima volta” N. 3

Sole. Lei ci camminava sempre dentro. Lo apriva come un arancia matura e rossa. Stai attenta che Ognuno è la sua preghiera pensava. E intanto il cielo veniva giù.

A lei non interessava. Facesse quel che voleva il cielo.

“Apriti Cielo” N. 4

“Rimbomba l’odore dell’onda?”

Apnea. Senza numero.

Non importa. Sorrise e come uno schiocco di dita cominciò la corsa.

“Nothing else Matters” N. 6

 

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“Come aria in vena…” #parole

Le parole devono respirare. Senza respiro, soffocano. Una lenta agonia dentro a cemento armato che non lascia spazio. I Pensieri, imprigionati dentro alle crepe taglienti del dubbio, sanguinano ad ogni movimento; come prede ferite cercano una via di fuga ; inferociti si divorano l’uno con l’altro. Si rassegnano. Allora le parole, tendono i muscoli in cerca di ossigeno; un fascio di nervi di soli occhi e denti. Quelle di carne viva, come giganti di pietra immobili in un estenuante gioco forza, spingono in quelle crepe. Le ferite dei tagli cicatrizzano, si ispessiscono; segni di combattimento; medaglie di acciaio a lama. Le crepe, cominciano a consumarsi, cedono; si sbriciolano, perdono terreno. Al loro fianco, pensieri lucidi come specchi, avanzano su un terreno di macerie; calpestano statue di sale figlie del dubbio e colgono teste di indifferenza come fossero fiori. Pensieri e parole si aprono la strada “con i loro passi.”Come bestie feroci che respirano per la prima volta, vestono la pelle fragile e forte del silenzio imposto; quella del non detto; quello subìto per aver creduto. Con il cuore che batte forte e la calma dei predatori, affondano i denti fino dentro al cuore di plastica dei muti di coraggio. E alla fine, pieni di tenerezza per quei gusci che credevano corazze, sorridono liberi. Per ogni ferita inflitta con superficiale indifferenza, ringraziano un dio qualunque per non essere mai diventati come loro e di avere la forza di essere le parole che dicono. Per sempre invincibili e senza arroganza. Ditelo. Ditelo sempre. A parole vostre. Ma ascoltate le #parole prima. Sudatevele dentro.